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Clarinetto soprano | Il clarinetto primitivo o " Chalumeau " (strumento ad ancia battente semplice con sette fori, derivato dalla" cennamella" franco-sveva) aveva l'estensione divisa in due scale: una di suoni fondamentali, l'altra di armonici, in due diverse tonalità (do, sol) che si ottenevano mediante una pressione maggiore delle labbra sull'ancia.
La tecnica poi con cui l'ancia veniva applicata sullo Chaumeau non permetteva la produzione degli armonici che accidentalmente.
Tali imperfezioni, assieme al fatto che mancavano le tre note di congiunzione delle due scale e all originalità del fenomeno acustico che si manifestava in tubi cilindrici ad ancia battente come appunto lo Chalumeau, indussero il fabbricante di strumenti a fiato in legno Giovanni Cristoforo Denner (Lipsia 1655; Norimberga 1707) a compiere delle trasformazioni sullo strumento che determineranno la nascita del Clarinetto.
- 1690 Denner costruì uno strumento con 8 fori e 2 chiavi , una per gli armonici e l'altra per il "La in secondo spazio". Sostituì il pezzo dell'antica imboccatura con un bocchino ed un'ancia staccata e ben smussata simili a quelli attuali. L'ancia e il bocchino erano congiunti con uno spago.
- 1701 Il Denner, che intanto era diventato un eccellente clarinettista , ripresenta lo strumento con nuove aggiunte e modifiche che consistevano:
- nell'avvicinamento dei fori all'imboccatura
- nello spostamento del foro di risonanza col sistema del tubettino di metallo
- nel sostituire una parte del corpo dello strumento con un "barilotto" per l'intonazione
- nell'introduzione della "campana" o padiglione per la sonorità delle note discendenti
Questo primo clarinetto era intonato in Do. Quelli in altre tonalità sono da considerarsi una derivazione di questi di primo tipo. L'estensione di questo strumento, discontinua per la mancanza di alcuni semitoni, era formata da due scale di differente carattere e agganciare fra di loro da tre suoni medi. La prima scala, detta anche dei suoni fondamentali, prese il nome di chalumeau per la grande somiglianza nel timbro con l'omonimo strumento, la seconda degli armonici si chiamò danno per la chiarezza dei suoni, molto simili a quelli del Clarino medioevale.
Il "Ciarino", nel '500 era chiamato anche Tromba acuta e faceva parte della famiglia delle, trombe, era in metallo e aveva la cameratura conica. Nonostante fosse in metallo aveva un suono dolce rispetto agli altri strumenti dell'epoca. Monteverdi nell'Orfeo (1607) ne adoperò cinque. Venne usato in orchestra fino alla metà del '700, poi lentamente scomparve del tutto perché sostituito dal clarinetto. Il clarinetto quindi era all'epoca uno strumento interessante poiché, a differenza degli strumenti ad esso affini (ad ancia) che avevano un timbro nasale, opaco, aveva un registro brillante e molto vicino agli ottoni che erano di timbro chiaro. Il clarinetto presentato dal Denner non poteva chiamarsi completo per la mancanza di alcune note come il Sol# basso, il Re# in IV rigo, il Si naturale in III rigo.
Numerosi e utili furono i tentativi di fabbricanti e clarinettisti per colmare queste lacune, aggiungendo nuove chiavi o perfezionando quelle esistenti. Nel 1760 il figlio di Denner, Jacob, allungò il tubo e aprì un altro foro, che grazie ad una lunga leva permetteva allo strumento l'emissione dei Mi grave ed il suo armonico Si in III rigo.
Più tardi il clarinettista Giuseppe Beer (1744-1781) aggiunse la seconda chiave lunga, parallela alla prima, per il Fa# grave e il suo armonico Do#, e un'altra chiave, detta a paletta, per il Sol# grave e il Re# in IV rigo.Si ebbe così il clarinetto a 5 chiavi con la scala cromatica completa. Il legno usato era il bossolo. Anche dopo queste ultime indispensabili aggiunte, il clarinetto rimaneva ben lontano dalla tollerabilità: difficoltà di maneggio,
difetti d'intonazione, sonorità fioca e ottusa. Nel 1701 Giovanni Saverio Lefevre (1763-1829) applicò una sesta chiave per ottenere una più giusta intonazione e una migliore sonorità del Do# sotto il rigo (e del Sol# sopra il rigo) che fino a quel momento si ottenevano col mezzo foro dell'anulare sinistro oltre che con la posizione alternata che era stata abbandonata perché peggiore. In tal modo Lefevre impostava compiutamente il
clarinetto moderno.
Il suo ciclo evolutivo comunque non si arrestava. Nel 1808 Jaques Francois Simiot, fabbricante di Lione, aggiunse alcune chiavi per i trilli, ma vennero presto abbandonate per poca praticità.
All'inizio del secolo XIX il clarinetto, pur avendo conquistato le migliori simpatie fra i maestri e il pubblico, si presentava ancora difettoso nella meccanica, nell'intonazione e nel timbro.
I tentativi isolati di fabbricanti e professionisti non apportavano i vantaggi che si volevano conseguire, anzi, il più delle volte avveniva che, mentre intenti a rimediare un difetto ne producevano un altro. Soltanto il celebre clarinettista russo Ivan Muller riuscì a presentare nel 1810 all'Accademia delle Arti di Parigi un clarinetto a 13 chiavi che risolveva in pieno quasi tutti i problemi fino allora dibattuti. Fu però bocciato "volutamente" dalla
commissione dei tecnici, nominata dall'Accademia delle Arti di Parigi, cui era presidente Lefevre. Soltanto più tardi si capì la portata di questa nuova proposta tanto che questo clarinetto fu adottato da tutti i professionisti dell'epoca (20 fori e 20 chiavi).
Altri tentativi per migliorare la meccanica dei clarinetto furono quelli del clarinettista parigino allievo di Lefevre, César Jassen, che nel 1823 applicò alle prime quattro chiavi un piccolissimo cilindro scorrevole che serviva a favorire lo strisciamento dei mignoli nel passare da una chiave all'altra.
Poco a poco il clarinetto andava assumendo la sua forma definitiva fino a quando nel 1839 Luis Auguste Buffet applicò allo strumento i principi ideati dal Bohm per il flauto, perfezionando tale applicazione nel 1842; ma il sistema Bohm per intero fu applicato negli anni successivi e ulteriormente assestato dal Mollenhaur nel 1867.
Tralasciando altri dettagli, ricordiamo che si ebbero clarinetti tagliati un po' in tutte le tonalità. Con il sistema Bohm, che permetteva una ben diversa agilità, le tonalità si ridussero al Sib e al La. | | |
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